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Home > Personaggi > Ubertino Landi

Le bellissime valli del Taro e del Ceno sono costellate da tante piccole località che si nascondono tra le montagne. Un tempo, molti secoli fa, tutta questa zona apparteneva ad un solo signore: Ubertino Landi.





Molto probabilmente la famiglia Landi era di antichissime origini piacentine e le loro fortune iniziali erano dovute ad attività mercantili e bancarie su scala internazionale: questo spiega la loro disponibilità economica che gli permise di acquistare le terre di questi monti, che nel Duecento erano territorio di Piacenza.


Sappiamo che Ubertino Landi non fu un personaggio di rilievo soltanto locale, anzi. Era un fiero ghibellino che restò fedele agli Svevi anche negli anni tragici della loro rovina; fu podestà di Bergamo, dove varò il primo statuto della città, di Firenze, dove gestì il difficile periodo successivo alla cattura del re Enzo, di Siena, dove svolse un’intensa attività legislativa che porterà ad un’importante riforma degli statuti comunali, ed infine di Alessandria, dove garantì un periodo di pace interna ed esterna.

Tornato a Piacenza trovò nemici sia negli aristocratici guelfi che nei nobili ghibellini, che lo vedevano come un rivale. Nel 1254 Manfredi di Sicilia salì al trono e lo favorì: Ubertino aumentò il suo patrimonio ed i suoi poderi nel contado dell’alta Val Taro e Bardi. Venne cacciato nel 1257 da Piacenza e dovette rifugiarsi prima a Cremona e poi dal re, in Puglia. Da quest’ultimo fu investito col titolo di conte di Venafro, in Molise. Quando i Pallavicini (casata ghibellina) riuscirono a rafforzarsi a Piacenza, egli tornò ai suoi territori.

Sposò in prime nozze Isabella Lancia, probabilmente legata da parentela al re Manfredi, per cui i due figli di Ubertino, vennero considerati dagli Svevi come appartenenti alla loro famiglia, e quando questa morì, egli sposò Adelasia dei Conti di Biandrate, appartenente ad un’altra illustre casata ghibellina.

Nel 1266 ci fu la restaurazione guelfa della città e la sottomissione della stessa al pontefice ed a Carlo d’Angiò, che fece prigionieri i figli di Ubertino nella battaglia di Benevento. Uno dei due, Corradino, morirà in carcere, l’altro, Galvano, ne uscirà soltanto dopo quattordici anni. Ubertino infatti si consegnò all’Angiò nella speranza di liberare i figli, ma senza successo. Dopo anni, nei quali egli venne ripetutamente scomunicato, vennero fatti alcuni accordi tra i Landi ed il comune guelfo di Piacenza, così che Ubertino riuscì a riottenere alcune delle sue terre e liberare il figlio sopravvissuto, senza mai passare all’altra fazione.
Quando la lotta divampò nuovamente, lui decise di rinchiudersi nelle sue rocche lasciando campo libero ai guelfi.

Concluse la sua lunga esistenza nel mese di agosto del 1298 (doveva essere nato intorno agli anni ’20), a Montarsiccio, piccola frazione di Bedonia, uno dei suoi rifugi più remoti ed inaccessibili.


La sua tomba riemerse nel 1927 in occasione di alcuni lavori di ampliamento del coro della chiesa di San Martino vescovo. Sollevata la lastra tombale venne ritrovato lo scheletro caratterizzato da una cinta di pelle di 5 cm intorno ai fianchi con una spada a due tagli dotata di un prezioso manico d’osso intarsiato e bottoni in metallo.


Nonostante le scomuniche ed i ripetuti contrasti col pontefice, fu un uomo religioso: fece costruire a Piacenza la chiesa di S. Francesco e, nei suoi testamenti, lasciò un ampio patrimonio a istituzioni benefiche e religiose.

Ubertino senza dubbio consolidò fortemente il dominio dei Landi nelle terre della parte alta delle valli del Taro e del Ceno, che dopo di lui, proseguì in modo ininterrotto per quasi quattro secoli.


La sua fama è controversa: storici del suo tempo e posteriori ci riportano diverse opinioni su di lui.
Alcune molto negative lo vedono come torbido agitatore ghibellino, uno scomunicato che si dedicava a scorrerie con più furore che mai e a rovinare con saccheggi ed incendi il paese, riempiendo di terrore e stragi le montagne del Piacentino; o ancora un diavolo, avido di ricchezza, che solo diventando vecchio “si fece eremita”.
Altre invece estremamente positive lo considerano una delle personalità politiche più spiccate del suo tempo, un formidabile e pio conte ornato del decoro della nobiltà e della grazia splendente dei costumi.

Spesso poi le opinioni si mescolano e si fondono, dandoci un ritratto di un uomo che fu testimone e protagonista dell'epico, travagliato e affascinante XIII secolo.

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