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Home > Personaggi > Romeo Musa da Calice

Conobbi questo personaggio a Bedonia. Romeo Musa era nato nel piccolissimo paese di Calice di Bedonia nel 1882, ma quando lo incrociai per quelle strade era solo in vacanza al suo paese natale con la famiglia. Mi raccontò che gli piaceva lasciare il trambusto di Milano, dove insegnava arte all’istituto magistrale, per tornare tra le sue colline e i suoi campi, che tanto avevano formato il suo stile artistico e che, ad ogni visita, gli inspiravano un’opera in più.




Musa si trasferì a Firenze nel 1899 per studiare Belle Arti sotto la tutela del famoso artista Adolfo De Carolis, dal quale apprese l’arte dell’incisione xilografica ed il movimento Liberty e col quale collaborò fino al 1905. In seguito si dedicò quasi sempre all’insegnamento delle belle arti presso numerose accademie italiane, eccetto brevi periodi di servizio militare per le grandi guerre, dove lavorava come disegnatore. Visse in diverse città italiane: Vercelli, Udine, Nuoro, Campobasso e Forlì. Questi continui spostamenti fecero nascere in lui una grande passione per le tradizioni popolari italiane. A Campobasso in Molise si fermò per circa dieci anni, nei quali mise su famiglia ed attraversò il periodo più intenso della sua attività artistica. Successivamente si trasferì a Milano nel 1933, dove resterà fino alla sua morte nel 1960.


Musa da Calice è fu un artista in forte contrasto con la sua epoca storica. Quando in Italia andavano sviluppandosi le avanguardie del Futurismo, Musa si allontanava e restava attaccato ad una visione nostalgica dei bei tempi andati, come se il sentirsi parte del secolo precedente gli desse il modo di sfuggire alla realtà, caratterizzata dalle difficoltà economiche dovute alle guerre e al regime fascista.

Quando le nuove correnti artistiche proponevano nuove composizioni e tecniche innovative, lui si mostrava totalmente disinteressato, andando a recuperare mezzi semplici: colori ad olio su tela o tavola, acquerelli, disegni a penna o inchiostro e la tecnica della xilografia, che consiste nell’incidere un su una tavoletta di legno e poi riportarlo su carta o stoffa. Tale tecnica, dalle origini antichissime, ebbe tra i massimi esponenti alcuni dei maestri del Rinascimento, come Dürer e Tiziano.


Mi raccontò che gli furono commissionati diversi lavori pubblici come, ad esempio, affreschi per chiese e palazzi municipali nel Nord Italia, ma che in realtà preferiva occuparsi di pittura ed illustrazione: i suoi soggetti preferiti erano luoghi facilmente identificabili, scene di vita di campagna, case abbandonate, greggi di capre e pecore, buoi e cavalli che faticano nei campi, contadini che lavorano.

E a questa visione, spesso malinconica e di solitudine, alternava un’idealizzata celebrazione della natura, creando un’iconografia in cui si ritrova tutta una tradizione che proviene dalla mitologia, da Fedro, dalla grande elaborazione allegorica medievale, dai Grimm, da La Fontaine, per arrivare fino a Collodi. Produsse 260 xilografie per l’edizione del 1935 de “Il Bosco Selvaggio” di Kenneth Grahame (“The Wind in the Willow”) ed iniziò una versione illustrata de “I Promessi Sposi” di Manzoni, in cui i personaggi erano rappresentati in chiave fiabesca e simbolica come animali. E non si limitò a illustrare solo opere altrui: egli stesso decise di farsi portavoce della semplicità popolare anche attraverso i racconti per bambini “La Luna sul Salice” ed il famoso libro di favole e poemi in dialetto valtarese “Disolla e Tognu” che comprendeva anche 50 xilografie.


Le sue opere letterarie e artistiche sono oggi in esposizione permanente al seminario vescovile di Bedonia e al Museo Nazionale della regione Molise di Venafro.



In quanto a lui, continuò a visitare la sua Calice, di tanto in tanto, alla ricerca di quello scorcio, di quell’attimo in più che non aveva ancora ritratto.

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