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Home > Personaggi > Pomponio Torelli

Quando mi recai in visita al castello di Montechiarugolo non sapevo ancora che quella fosse stata la dimora di Pomponio Torelli, un personaggio che ebbe una forte rilevanza in ambito umanistico.





Pomponio Torelli nacque nel 1539 a Montechiarugolo dal conte Paolo ed era nipote, da parte di madre, del letterato Pico della Mirandola.
Dal momento che il fratello maggiore aveva scelto la carriera ecclesiastica diventando abate di Lézat, Pomponio si ritrovò a dover succedere ai propri genitori alla modica età di 7 anni: venne così affidato prima a tutori esterni alla famiglia, poi allo zio Gaspare Torelli.
Nello stesso periodo i Farnese vennero investiti del titolo di Duchi di Parma e Piacenza, evento che compromise la signoria dei Torelli nell’area di Montechiarugolo, poiché fece cessare le pretese della corte milanese sulla zona, alla quale la famiglia apparteneva. Pomponio dovette quindi lasciare il suo territorio e andò a vivere e studiare a Padova.
Tornò al proprio feudo all’età di 25 anni e si mise al servizio della corte parmigiana: gli furono affidati moltissimi incarichi in Italia, in Francia e in Spagna e successivamente venne nominato precettore di Ranuccio I Farnese. Tutti questi privilegi però lo resero inviso a corte, così che egli preferì ritornare a Montechiarugolo.


Certamente è stata una figura importante dal punto di vista politico, ma lo fu ancora di più dal punto di vista culturale. Egli infatti può essere considerato il massimo esponente di una corrente filosofica e letteraria che troppo spesso viene omessa dai libri: l’Accademia degli Innominati di Parma.


L’Accademia degli Innominati era un’associazione di persone (filosofi, letterati, artisti, ecc.) che condividevano la stessa corrente di pensiero. Era molto ortodossa (di fatto molti componenti partecipavano ai sinodi diocesani indetti a Parma dopo il concilio di Trento) ma al tempo stesso, almeno in un primo momento, godette di una sostanziale indipendenza dal potere farnesiano e dall’autoritas aristotelica.

Le discipline toccate dall’Accademia erano varie: nacquero al suo interno teorie filosofiche, estetiche, religiose, letterarie ed artistiche.

Pomponio elaborò un pensiero filosofico che si poneva delle questioni sulla collocazione delle passioni, ovvero se si trovassero nell’anima razionale, come sostenuto da Platone, o nell’irrazionale. Questa tematica poi si allargava all’estetica, poiché queste passioni, in qualche modo, interferivano con la dimensione percettiva della visione, intesa in senso psicologico.

Torelli discusse a fondo la “Poetica” di Aristotele nel difficile confronto con l’eccellente filosofia platonica. Aveva inoltre l’intenzione di conciliare la teoria filosofica neo-platonica con i canoni dell’ortodossia cristiana (ad esempio il rifiuto della reincarnazione delle anime) e la ricerca di un pensiero neo-controriformato. Sul tema religioso poi perseguì il “Sogno Epico”, da Gerusalemme ad Anversa, creando una nuova ideologia cattolica “farnesiana” a seguito del “mito” incarnato dal duca di Parma Alessandro Farnese che, insieme allo zio don Giovanni d’Austria, vinse la battaglia di Lepanto nel 1571 e poi liberò Anversa nel 1585.

Forse l’apporto più importante però Torelli lo diede alla letteratura, più nello specifico nella tragedia di corte e nelle favole pastorali. Scrisse alcune tragedie in versi (Merope, Tancredi, Galatea, Vittoria e Polidoro) in cui per la prima volta mostrò il conflitto tra ragion di stato ed affetti degli individui. All’epoca la “Poetica” di Aristotele era abbastanza diffusa, ma poco compresa: Torelli decise quindi di riadattare le trame antiche, ricercando però l’utilità del racconto, la sua praticità, pur nel rispetto dei principi poetici di Aristotele, che però vedeva totalmente teorici. Così Pomponio decise di introdurre una nuova ricerca della suspense e della sorpresa, col desiderio di toccare e coinvolgere un pubblico più vasto. A questo scopo sviluppò un nuovo finale tragico, in cui sostituì la “fine funesta” aristotelica con il finale in cui l’eroe è sul punto di uccidere, riconosce e non uccide: un finale “felice” era quindi, secondo Torelli, il finale tragico più riuscito. Questo infatti è ciò che succede nella sua “Merope”: l’eroina è sul punto di uccidere colui che dice di aver ucciso il figlio, ma riconosce che quella stessa persona in realtà è il figlio e dunque non lo uccide. Questa agnizione è centrale nella tragedia ed insieme alla modernità dell’impostazione e allo studio approfondito delle psicologie, è la ragione per cui Torelli viene considerato il più importante tragediografo italiano di fine ‘500, nonché anticipatore della commedia del XVIII secolo.

L’Accademia toccò anche l’arte visiva: uno fra tutti, Federico Zuccari, si unì agli Innominati nel 1608 e studiò la grandezza e facoltà del disegno interno ed esterno pratico.

La modernità di quest’associazione si dimostrò anche nella libera partecipazione delle donne, come la poetessa Barbara Torelli Benedetti, Tarquinia Molza e Claudia Noceti.


Pomponio Torelli morì a Parma proprio nel 1608 dove venne sepolto nella cappella di famiglia dedicata a San Giovanni, nella Chiesa della Santissima Annunziata, sull’attuale via d’Azeglio.

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