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Home > La Duchessa > Le mie opere

Quando arrivai nel Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla mi imbattei in un territorio che stava attraversando una grave crisi economica. Nel periodo precedente la città aveva raggiunto il massimo splendore e qualcosa era ancora rimasto di quell’epoca d’oro: erano state proposte e iniziate numerose opere architettoniche e urbanistiche che io decisi di riprendere, attuando anche un programma di sviluppo e riforma delle strutture assistenziali.



Cercai subito di migliorare le vie di comunicazione. Dovete sapere che per raggiungere la capitale del ducato fui costretta ad attraversare un ponte di barche sul Po a Casalmaggiore, lungo 363 metri e, giunta sul territorio, constatai che mancava un collegamento stabile tra le zone che erano separate dal fiume Taro. Infatti, dopo numerosi tentativi di ricostruzione del ponte romano, più e più volte distrutto dalle piene del fiume, nel Settecento fu istituito un servizio di barcaioli a pagamento, per collegare il territorio. Non lo considerai un buon servizio, così la prima opera di ingegneria che promossi nel 1816 fu la costruzione di un nuovo ponte sul fiume Taro. Disposi che per i lavori di costruzione fossero assunti come operai tutti i mendicanti dei comuni circostanti, ai quali assicurai una generosa retribuzione, risolvendo così in parte il problema dell’indigenza. L’inaugurazione avvenne il 10 ottobre del 1819, con una solenne cerimonia. Nel 1828 furono poste agli angoli del ponte quattro statue sdraiate, che raffiguravano i maggiori corsi d’acqua del parmense: Parma, Taro, Enza e Stirone.

Successivamente promossi anche la sistemazione di ciò che restava del ponte romano sulla Trebbia, i cui lavori iniziarono nel 1821. Il progetto iniziale prevedeva un ponte di legno, smontabile in caso di attacco nemico, ma il popolo piacentino supplicò di avere un ponte in cotto ed io accolsi la loro richiesta. L’8 giugno del 1825 venne organizzata una grande inaugurazione, alla quale parteciparono anche mio padre, la sua consorte e i reali lombardo-veneti. In questa occasione disposi, con un rescritto, la dote di 250 nuove lire per ventiquattro fanciulle in età da marito, che vennero estratte a sorte tra le centosette che si iscrissero. La festa proseguì per due giorni: fui benedetta da parte del vescovo, mentre i nobili della città offrirono un fastoso banchetto e organizzarono una festa da ballo nel teatro. Disposi che fossero distribuiti biglietti gratuiti per rendere possibile la partecipazione ad ogni ceto.

Dopo parecchi anni promossi la costruzione di altri due ponti, quello sull’Arda a Fiorenzuola, nel 1837, e quello sul Nure a Pontenure, nel 1838.
Nel frattempo realizzai anche una strada per collegare Parma a La Spezia.



Avevo molto a cuore il mio popolo. Proprio per questo motivo volli provvedere di persona al fabbisogno di poveri, indigenti e ammalati. Attuai così un programma di prevenzione e lotta delle epidemie. Nel marzo del 1817 pubblicai un regolamento per la profilassi e il contrasto dell’epidemia di tifo e nel 1831 diedi predisposizioni per un’eventuale epidemia di colera. Quando nel 1836 questa sopraggiunse, provai a limitarla il più possibile. Nonostante questo, gli ospedali si riempirono e i medici furono costretti a stendere i malati persino sui pavimenti dei corridoi. Cercavo di stare anche fisicamente vicina ai malati e mi recai più volte in visita agli ospizi; intervenni a mie spese per il riscaldamento degli ospedali. Nel settembre dello stesso anno riuscimmo a debellare la malattia, perdendo 438 persone. Premiai con una medaglia chi seppe contrastare l’epidemia seguendo i miei consigli e provvedimenti e decisi di fondere una toilette d’argento, regalatami dalla città di Parigi in occasione del mio primo matrimonio, per ricavarne 125.000 franchi con cui aiutare il popolo in questa triste situazione.

Mi occupai sia dei malati di mente, istituendo nel 1818 l’Ospedale de’ Pazzerelli in un edificio ampio e confortevole collegato all’Ospedale Maggiore, sia dei poveri, facendo costruire un Albergo dei Poveri.
Nell’epoca in cui vissi, la condizione della donna non era certo delle migliori. Decisi di adoperarmi in merito aprendo un ospizio di maternità, inaugurato nel settembre 1817, una clinica ostetrica universitaria e infine un ostello per le ragazze madri.

Tra i miei principali obbiettivi vi era quello di risollevare lo stato dalla crisi. Come prima riforma, introdussi nel 1820 un nuovo Codice Civile per gli Stati Parmensi, che diventerà un pilastro importante nella storia del diritto italiano. Però fu solo a partire dal 1830, grazie al lavoro del ministro delle finanze Vincenzo Mistrali, che si riuscì a sistemare la difficile situazione finanziaria: riassestò il debito pubblico e risanò il bilancio statale. Grazie a lui fu possibile la realizzazione di numerose opere pubbliche ed io lo scelsi come mio consigliere di fiducia.



Incentivai l’istruzione e decisi di restaurare l’Università di Parma che Napoleone aveva retrocesso al ruolo più modesto di accademia. L’università fu istituita in epoca medievale e poi andò allargandosi nei secoli, fino a far diventare Parma una città universitaria riconosciuta internazionalmente. L’ateneo comprendeva studi giuridici, filosofici, il gabinetto di fisica, la clinica medica, il gabinetto di chirurgia, il teatro di anatomia e la scuola di veterinaria. Io potenziai quest’ultima ed introdussi prima l’istituto di chimica farmaceutica e la clinica ostetrica, poi il gabinetto letterario, da cui si iniziarono a pubblicare fogli periodici, e il gabinetto di lettura.

Nel 1818 unii il borghese Collegio Lalatta al vecchio Collegio dei Nobili in un nuovo edificio, il Palazzo dell’Arena, e creai un collegio unico che chiamai col mio stesso nome: il Collegio Maria Luigia, oggi ancora esistente.

Le mie grandi passioni però restavano l’arte e la musica. Per questo diedi disposizione di risistemare il Museo di Antichità e la Pinacoteca all’interno del Palazzo della Pilotta. Qui aveva sede anche l’Accademia delle Belle Arti, che incentivai fortemente, e la biblioteca, che decisi di ampliare.
Ero interessata all’Orchestra Ducale e nel 1825 istituii il Conservatorio. Questo diventerà nel tempo uno dei maggiori istituti di formazione musicale nel panorama italiano ed europeo e avrà tra i suoi più celebri alunni Arturo Toscanini e Renata Tebaldi.
Tra le varie richieste di borse di studio che ricevetti vi fu anche quella per un giovane Giuseppe Verdi: gliene donai una, dandogli in questo modo la possibilità di studiare musica in una prestigiosa scuola.

Spinta dal mio forte amore per le arti iniziai le opere di ristrutturazione per il Teatro Farnese, situato sempre all’interno del Palazzo della Pilotta. Tuttavia non riuscii a renderlo adeguato alle esigenze della città, così decisi di costruirne uno nuovo: nel 1821 iniziarono i lavori del Nuovo Ducale Teatro, che poi cambierà nome in Teatro Regio. Nella primavera del 1829 fu inaugurato con la rappresentazione della Zaira di Bellini. Il sipario del teatro rappresentava una scena allegorica della Sapienza, dove io stessa venni rappresentata nelle sembianze della dea Minerva.
Nel tentativo di ampliare la partecipazione del popolo alla vita sociale della città, abbassai i prezzi dei biglietti, in modo che anche i meno abbienti potessero permettersi di assistere agli spettacoli.


In maniera instancabile decisi di riprendere in mano il progetto di Napoleone per la creazione di un cimitero: nel febbraio del 1817 ci fu la conversione in camposanto di un’area occupata precedentemente da una villa suburbana di proprietà dei Gesuiti. A partire dal 1819 iniziarono i lavori di quello che poi sarebbe diventato il cimitero della città, la Villetta.



Devo confessare che prediligevo la vita agreste rispetto a quella cittadina.


Conoscevo le virtù terapeutiche dell’acqua termale, dal momento che avevo trascorso vacanze in alcuni famosi bagni europei. Così quando il parroco della località di Tabiano mi convocò nel piccolissimo stabilimento termale del paese, io decisi di soddisfare il suo desiderio di ingrandirlo. Acquistai il terreno dove sorgeva la fonte dei Violi (odierna fonte Pergoli) e vi feci costruire un nuovo edificio con un corpo centrale e due ali laterali contenente dodici vasche. I bagni erano solforosi e salinoiodati, grazie all’acqua proveniente direttamente da Salsomaggiore. Inoltre, per incentivare il turismo della zona, inaugurai un albergo pensato per chi volesse alloggiare a Tabiano durante le cure, e strade carrozzabili, per chi preferisse alloggiare nel Borgo di San Donnino (l’odierna Fidenza).


Nella località di Sala Baganza, all’interno dei Boschi Ducali, era presente un piccolo Casino dalle forme neoclassiche voluto dai Borbone e progettato dal famoso architetto francese Petitot. Nel 1819 acquistai sia i Boschi che il Casino, che decisi di ampliare, aggiungendo due ali laterali e un lungo colonnato al centro del quale venne posto il così detto Casinetto, un edificio che ospitava il teatrino di corte. Poco lontano da questa zona feci costruire un’altra enorme villa neoclassica, la Villa del Ferlaro, come residenza per Albertina e Guglielmo, i figli che avevo avuto dal conte Adam. 

Nel frattempo invitai a vivere a Parma un giardiniere della corte degli Asburgo, Carlo Barvitius, che creò un grandioso parco all’inglese, labirintico e ricco di piante monumentali ed esotiche. Nei boschi aprimmo strade alberate e sentieri per collegare le varie località, i palazzi e gli edifici di servizio della zona. Tra la Villa e il Casino fu creato un viale di cedri.
Nel 1835 decisi di donare l’immensa tenuta dei boschi - oltre 2000 ettari - alla Camera Ducale di Parma.



Sapete qual è il mio fiore preferito? La violetta di Parma. Già prima dell’arrivo in Italia, infatti, provavo per l’elegante violetta (un incrocio che appartiene alla specie della viola odorata) un amore incondizionato. Questo fiore divenne il mio simbolo. La trovate infatti incisa o dipinta su piatti, vasellame, ventagli, ditali, carta da lettere. A volte la sostituii persino alla mia stessa firma

Portavo spesso mantelli di questo colore e a corte i valletti si vestivano di viola. Da amante della botanica volli coltivarla e proprio per questo scopo feci costruire un Orto Botanico all’interno della città. L’evanescenza di quel soave profumo, però, mi rattristava. Dovevo trovare una soluzione, così incoraggiai i frati del secolare Convento dell’Annunciata a fare delle ricerche per estrarne l’essenza. Il lavoro paziente dei monaci portò al risultato sperato e la Violetta diventò il profumo ufficiale di corte. Anni dopo, grazie ad una grande industria profumiera, l’essenza Violetta di Parma si diffonderà in Italia e nel mondo, restando simbolo di sobria eleganza femminile.



Nel periodo di reggenza del Ducato feci del mio meglio per farmi apprezzare dal popolo. La città tutt’oggi mi onora, ricordandomi come una sovrana illuminata.


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