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Home > Personaggi > Gian Domenico Romagnosi

Salsomaggiore Terme è il paese natale di un giurista e filosofo Italiano, autore di innumerevoli opere di diritto, etica e filosofia, alcune delle quali godettero di notevole fama, non solo in Italia, ma anche a livello internazionale.





Gian Domenico Romagnosi nacque a Salsomaggiore Terme nel dicembre del 1761.

Studiò al Collegio Alberoni di Piacenza e successivamente si laureò in Giurisprudenza presso l’Università di Parma, nel 1782.


Lavorò come notaio prima a Parma e poi a Piacenza, quindi si spostò a Trento, a coprire il ruolo di pretore, consigliere aulico del Principato ed avvocato. La sua formazione illuministica lo portò a scrivere in quegli anni la “Genesi del diritto penale”, “Cosa è eguaglianza”, “Cosa è libertà” e “Primo avviso al popolo”. Questi scritti mostravano simpatie rivoluzionarie e per questo ebbe contrasti con il principe vescovo della città. Al ritorno degli austriaci, in seguito all’occupazione di Napoleone del trentino, Romagnosi fu accusato di alto tradimento e incarcerato per quindici mesi a Innsbruck. Venne poi assolto e tornò a vivere a Trento. Coprì l’ufficio di segretario generale del Consiglio superiore del Tirolo meridionale, finché non venne richiamato dall’Università di Parma per insegnare Diritto naturale e pubblico.
Complessivamente Romagnosi mostrava adesione convita al rinnovamento politico, istituzionale e amministrativo avviato da Napoleone, anche se poi, col tempo, manifestò riserve nei confronti del suo operato, sia con l’azione politica che con gli scritti: l’opera più significativa a riguardo fu “Giudizio sul Regno di Napoleone Bonaparte” in cui lo accusò di aver tradito la rivoluzione. Nonostante ciò, soprattutto nei primi anni dell’Ottocento, partecipò al progetto napoleonico.

Nel 1806 venne chiamato a Milano ad occuparsi della revisione del codice di procedura penale e l’anno seguente ottenne la cattedra di Diritto civile all’Università di Pavia, dove divenne anche consultore del ministro di giustizia del Regno d’Italia.

Nel 1808 tornò, e si stabilì definitivamente, a Milano per insegnare all’università ed alle scuole speciali di diritto che lui stesso aveva fatto istituire. Il suo insegnamento “Alta legislazione civile e criminale nei suoi rapporti con la pubblica amministrazione” dimostrò il suo apporto e contributo scientifico alla nascente scienza dell’amministrazione in Italia: grazie anche alla sua pubblicazione “Istituzioni di diritto amministrativo” può considerarsi infatti tra i creatori di tale diritto.

Quando Il nord Italia finì nuovamente sotto il governo austriaco, nel 1814, Gian Domenico fu destituito dall’insegnamento universitario; gli fu concesso però di insegnare privatamente e tra i suoi allievi più illustri ebbe Carlo Cattaneo, Cesare Cantù e Giuseppe Ferrari. La sua riflessione si incentrò sulla creazione di un ordinamento complessivo dello Stato, sotto forma di monarchia costituzionale, rappresentativa e nazionale. La sua opera “Della costituzione di una monarchia costituzionale e rappresentativa” pubblicata nel 1815, fu fatta circolare in forma anonima e clandestina, ma insospettì ugualmente la polizia austriaca, che gli vietò anche di insegnare privatamente. Quindi si dedicò totalmente all’attività di pubblicista avviata nel 1802. Collaborò con riviste come “Biblioteca Italiana”, “Il conciliatore”, “l’Antologia” e soprattutto “Annali universali di statistica”. Proprio a lui infatti va il merito di avere introdotto nella cultura italiana la disciplina della statistica. Alla rivista collaborarono anche i suoi allievi tra cui Giuseppe Sacchi, che dopo i moti del 1848 assunse la direzione degli “Annali”, e Melchiorre Gioia, che nel 1826 avrebbe pubblicato “Filosofia della statistica”.

Romagnosi venne incarcerato una seconda volta nel 1821, con l’accusa di aver organizzato i moti carbonari con Silvio Pellico, col quale effettivamente aveva un rapporto abbastanza stretto. Le prove però non ressero e presto fece ritorno a Milano.

Da quel momento in poi condusse una vita piuttosto riservata, nella privacy del suo studio, affiancato solo da alcuni allievi. Nonostante l’inazione e la povertà a cui era costretto, non abbandonò mai la fede nella causa liberale e nazionale, così che visse del suo lavoro letterario e forense gli ultimi anni della sua vita.
Gian Domenico era stato colpito da una emiplegia nel 1812, e da quel momento la sua salute fu sempre instabile: morì nel 1835, assistito da Carlo Cattaneo, a cui dettò testamento ed affidò i manoscritti inediti.


Romagnosi può considerarsi il fondatore del diritto penale moderno e un convinto assertore della filosofia civile, ossia una riflessione che studia l’uomo nella sua concreta evoluzione storico-sociale, unendo la dimensione morale a quella giuridico-politica ed economica. Può anche essere incluso tra i fautori dell’Unità d’Italia.
Ma non finisce qua: nel 1802, infatti, scoprì gli effetti magnetici dell’elettricità. Pubblicò i suoi risultati sui giornali di Trento e Rovereto ed inviò una relazione all’Accademia delle scienze francese, ma la comunità scientifica lo ignorò. Nel 1820 il fisico danese Oersted fondò l’elettromagnetismo conducendo un analogo esperimento e riconobbe che Romagnosi avrebbe anticipato la scoperta di ben diciotto anni.


A lui sono state dedicate diverse vie e scuole in Italia. A Parma, in particolare, gli è stato dedicato un liceo classico e nel suo paese d’origine, Salsomaggiore, la biblioteca comunale.

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