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Home > Personaggi > Antonio Ligabue

Al mio tempo per raggiungere Guastalla, provenendo da Parma, il modo migliore era salire sul grande argine del Po e seguirlo fino a che questo non entrava nella città. La carrozza correva sul punto più alto di quella immensa pianura che il sole illumina di intensi verdi e gialli; quella stessa pianura che quando viene invasa da nebbia e pioggia diventa spaventosamente inquietante.




In queste terre, spostandosi tra Gualtieri e Guastalla a cavallo di una motocicletta, passò buona parte della sua vita quello che fu il più grande pittore naïf italiano: Antonio Ligabue.


Antonio Ligabue nacque a Zurigo nel 1899: sua madre era italiana, di Belluno, e suo padre sconosciuto. Venne affidato ad una famiglia tedesca all’età di appena un anno e con questa restò fino ai vent’anni.
La madre naturale successivamente si sposò con Bonfiglio Leccabue, originario di Gualtieri, ed ebbe altri tre figli: Antonio prese il cognome del patrigno e lo cambiò in “Ligabue” molti anni dopo, quando accusò Bonfiglio di aver ucciso la madre ed i fratelli.

Ligabue crebbe con un aspetto sgraziato dovuto a rachitismo e probabili carenze vitaminiche che gli bloccarono lo sviluppo fisico. Come ragazzo era invece istintivo ed imprevedibile: frequentò la scuola primaria, ma incontrò subito molte difficoltà sia di apprendimento che di socializzazione, così che venne inserito in una classe differenziale. All’età di 13 anni venne mandato in un istituto per ragazzi deficienti e poi cambiò numerose scuole, venendo continuamente allontanato per cattiva condotta. Spesso veniva colpito da crisi nervose e trovava sollievo nel disegno; inoltre preferiva la vicinanza degli animali, che osservava con molta curiosità, piuttosto che quella delle persone.

Allontanato ancora una volta dall’istituto, iniziò a lavorare come bracciante agricolo, finché non venne ricoverato in una clinica psichiatrica e poi espulso dalla Svizzera nel 1919, in seguito ad un litigio con la madre adottiva.


Venne mandato nel paese d’origine del padre adottivo: Gualtieri. Ligabue cercò subito di scappare e tornare in Svizzera, anche perché non sapeva parlare italiano, ma venne fermato e ricoverato in un ospizio di mendicità. Iniziò quindi a lavorare sugli argini del Po e fu proprio in quegli anni che si avvicinò alla pittura: dipingeva e disegnava per sé e per alcuni circhi equestri.

Nel 1928 avvenne la scoperta: il pittore e scultore, nonché fondatore della Scuola Romana, Renato Marino Mazzacurati iniziò ad interessarsi a Ligabue e gli insegnò la tecnica della pittura ad olio.
In questo modo Antonio riuscì ad entrare nel mondo dell’arte. Presto iniziò a produrre quadri di grandi dimensioni che attirarono l’attenzione di critici e committenti. I suoi soggetti erano per lo più “bestie”, come le chiamava lui, selvagge o addomesticate, in combattimento tra loro. Ligabue rappresentava con colori accesi la vasta pianura del Grande Fiume nella quale improvvisamente si apriva una fantastica giungla. Ogni tanto dipingeva qualche autoritratto, come a simboleggiare un momento di pace nella continua lotta che fu la sua vita. Si dedicò anche alla scultura, raffigurando per lo più animali dalle forme molto più realistiche rispetto a quelli che dipingeva.

Fu così che Ligabue iniziò ad avere una certa stabilità economica che gli permise di vivere solo della sua arte e di coltivare l’altra sua passione: i motori. Nella sua vita infatti si comprò ben sedici motociclette ed una macchina.
Venne inoltre ospitato ed accolto da amici, committenti e protettori, tanto che la sua vita sembrò finalmente aver raggiunto la normalità. Ma non durò molto, infatti nel 1937 venne ricoverato in manicomio a Reggio Emilia per atti di autolesionismo, e gli venne diagnosticata una depressione. Continuò a disegnare e dipingere anche in manicomio e riuscì ad uscire grazie ad un amico scultore, Andrea Mozzali, che lo ospitò a casa sua a Guastalla.
Durante la guerra fece da interprete alle truppe tedesche, ma un episodio lo fece rientrare in manicomio nel 1945: il suo agire istintivamente l’aveva portato ad attaccare un soldato tedesco con una bottiglia.
Qui ricevette visite di giornalisti e alla sua uscita, nel 1948, la sua fama era esplosa: erano sempre di più i critici ed i mercanti d’arte interessati a lui.

Nel 1955 alcune sue opere vennero esposte a Gonzaga, e l’anno successivo partecipò al “Premio Suzzara”.
Nel 1961 a Roma venne presentata la sua prima grande mostra personale, che segnalerà il suo definitivo successo: attirò molti scrittori, giornalisti e critici, tanto da arrivare ad essere conosciuto anche a livello internazionale come il più grande artista naïf Italiano.
Gli vennero fatti anche servizi con fotografie e documentari mentre era ancora in vita. Infatti, pur avendo avuto successo, non smise mai di essere un personaggio inquietante e strano, con questo suo particolare accento tedesco: aveva comprato una macchina e si faceva scarrozzare tra Gualtieri e Guastalla da un autista che obbligava ad inchinarsi a lui ed aprirgli lo sportello. Si fermava a catturare il paesaggio di questi territori che poi reinventava sulla tela con toni squillanti, violenti e nostalgici, in cui l’immaginazione si mescolava con scene reali di vita campestre.

Un giorno, mentre guidava una sua motocicletta, fece un incidente che comportò un netto calo della sua produzione artistica, aggravato poi dalla semiparesi che lo colpì.
Antonio Ligabue, chiamato “al tedesch” (il tedesco) o “al matt” (il matto) dalla comunità e Toni dagli amici, morì nel 1965, dopo essersi fatto battezzare e cresimare. Venne seppellito a Gualtieri.


Dopo la sua morte gli vennero dedicate numerose esposizioni: dalla prima retrospettiva di Roma del 1965, alla grande mostra antologica di Milano organizzata dal Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma nel 1980, poi replicata a Bordighera, Lugano, Parigi e Strasburgo.
Nel mio Ducato venne organizzata una esposizione alla Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo nel 2011, mentre i paesi dove lui visse, Gualtieri e Guastalla, rimasero particolarmente affezionati alla sua figura: qui vengono periodicamente organizzate mostre dei suoi lavori, è stato aperto un centro commerciale che porta il suo nome e la cultura naïf si è molto diffusa a livello decorativo in entrambe le località.

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